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I sommergibili classe Marcello erano battelli “oceanici “ a semplice scafo con doppi fondi interni e controcarene esterne. Frutto del progetto dell’ ingegner Bernardis del genio navale erano gli ultimi di una serie di classi, per la verità non molto riuscite ( Fieramosca, Pisani e Bandiera), ma su cui la Regia Marina insistette nell’ evoluzione fino ad ottenere con i Marcello e i successivi Marconi degli ottimi battelli “oceanici”che alla resa dei conti si dimostrarono tra i migliori prodotti dalla cantieristica italiana dell’epoca. Impostati a partire dal 1937 gli 11 sommergibili della classe furono costruiti tra i Cantieri navali riuniti dell’adriatico di Monfalcone ( 9 unità) e i cantieri OTO di Muggiano ed avevano le seguenti caratteristiche:
lunghezza 73 m larghezza 7,19 m immersione 5,1 m
Il dislocamento in superficie era di 1060 t , quello in immersione 1313 t
La loro quota operativa massima con fattore di sicurezza 3 era di 100 m ,anche se operativamente questa quota venne ripetutamente oltrepassata senza gravi inconvenienti. La costruzione dello scafo resistente ,in acciaio al nichel, era a sezione circolare decrescente verso le estremità con spessori massimi in prossimità della sezione maestra di 22 mm . Internamente lo scafo era diviso da 6 compartimenti stagni .
La propulsione era affidata a due motori Diesel a due tempi a semplice effetto ,con possibilità di inversione del moto, della potenza ciascuno di 1800 HP mentre i motori elettrici in asse con quelli termici sviluppavano una potenza di circa 550 HP ognuno ,questo consentiva ai “Marcello” di raggiungere velocità in superficie di oltre 17 nodi e in immersione di 8 nodi. La dotazione di combustibile di 59 t permetteva un autonomia di 7500 miglia a circa 9 nodi mentre la batteria di accumulatori permetteva di percorrere 120 miglia alla velocità di 3 nodi . La manovrabilità era garantita da un grosso timone verticale del tipo semicompensato della superficie di circa 6,6 mq che permetteva un raggio di volta di 300m a 15 nodi , mentre sotto la superficie del mare i cambiamenti di quota erano regolati da due coppie di timoni orizzontali di cui i poppieri del tipo fisso posti sotto la linea di galleggiamento mentre i prodieri erano sopra il galleggiamento e del tipo abbattibile elettricamente. L’armamento silurante era garantito da 8 tubi lanciasiluri da 533mm ( 4 a poppa e 4 a prua) con una riserva di 16 siluri , mentre per il combattimento in superficie si poteva contare su due cannoni da 100/47 con una riserva di 200 colpi di cui 12 “pronto impiego” in riservette stagne sul ponte e per il contrasto antiaereo su 2 mitragliere binate da 13,2 mm del tipo a scomparsa . Operativamente i “Marcello” si rivelarono delle buone unità robuste e manovrabili senza evidenti difetti concettuali se si eccettua la pesantezza delle sovrastrutture , difetto poi corretto con l’eliminazione delle camicie dei periscopi e l’alleggerimento della falsa torre . La loro attività bellica si svolse dapprima in mediterraneo dove si perse quasi subito il Provana speronato da una unità francese ,in seguito tutti i battelli furono inviati a Bordeaux per la guerra al traffico oceanica dove si persero il Faa di Bruno ,il Marcello, il Morosini e il Nani ;gli altri si perdettero in mediterraneo tranne il Dandolo radiato nell’immediato dopoguerra e a cui si deve tra l’altro l’affondamento dell’incrociatore inglese Cleopatra. I successi globali furono tutto sommato lusinghieri e si possono così riassumere : 28 navi affondate per 136.020 t e altre 17 danneggiate per 60835 t. Degna di menzione è la vicenda del comandante Grossi del Barbarigo e del fantomatico affondamento, in due azioni distinte, di 2 corazzate americane ,vicenda vergognosamente gonfiata per motivi opposti dalla propaganda durante e dopo la guerra . Nel 1943 lo stesso Barbarigo e il Cappellini furono trasformati in sommergibili da trasporto per il traffico di materiali con il Giappone ; il primo si perse al ritorno dalla sua prima missione mentre il secondo catturato dai giapponesi nelle vicende post 8 settembre fu dapprima consegnato ai tedeschi dove prese il nome di UIT 24 e poi con la fine della guerra in Europa integrato nella marina del sol levante con il nome di I 503 e quindi affondato dagli americani al lago delle coste giapponesi dopo la fine della guerra.

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