giovedì 23 febbraio 2012
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Il dovere di uccidere
Scritto da Peter Townsend postato da Canarb   

 Peter Townsen è nato nel 1914 a Rangoon in Birmania, combatté come pilota da caccia nella RAF, partecipando alla Battaglia d'Inghilterra. Su quella esperienza ha scritto un libro: “Duello d'aquile” (ed. Rizzoli, Milano), che è una delle più minuziosamente documentate opere del genere oltre che un prezioso diario in prima  persona come
questo brano dimostra.

Per tutti noi aviatori, amici e nemici, il mare divenne presto familiare come la tomba comune. Nella sera dell' 8 aprile 1940 esso reclamò altre vittime. Eravamo in allarme, inchiodati ai nostri sedili. L'interferenza del nemico era molto forte sulla nostra lunghezza d'onda, e ciò significava un'incursione. Di colpo giunse il segnale del controllore: “Andate!”. E decollai in direzione del mare seguito da Hallowes.
“Venti o più” disse la voce del controllore. Quasi subito, il cielo di Scapa Flow, nel crepuscolo incipiente, si trasformò in un inferno di contraerea. Ad un tratto la sagoma vaga di un Heinkel si profilò, molto alta sopra di me, dirigendosi verso sud-est e verso il buio crescente. Egli aveva assolto la sua missione, io no. Durante
tutta la interminabile e risoluta arrampicata, tenni gli occhi incollati a quella forma che fuggiva. Una volta ancora, avevo davanti a me, in quel bombardiere, quattro uomini innocenti come me che non facevano altro che il foro dovere: uccidere. Il momento della verità si avvicinava. Entro pochi attimi qualcuno sarebbe morto. Era probabile che toccasse a loro, ed era nelle mie intenzioni che ciò si verificasse, ma chi poteva sapere come sarebbe finita?
Il fuoco delle mie mitragliatrici centrò in pieno il bombardiere. Il carrello d'atterraggio: uscì (fenomeno, questo, frequente negli Heinkel) e la solita nube di vapore di glicole scaturì dai motori. Mi allontanai seguito da un fiume di pallottole traccianti. Il mitragliere di coda poteva vedermi distintamente, stagliato sullo sfondo del tramonto. Sarebbe stato un duello disperato di mitragliatrici. Tutto l'Heinkel sembrava fremere di vita: a bordo c'era un uomo deciso ad abbattermi. Era ormai un duello singolo: lui o io. Dimenticai i neri abissi sotto di me e il mare in attesa di preda. Non pensai più nemmeno alla costa che avevo lasciato a 80 chilometri dietro di me; agivo seguendo riflessi che non mi erano abituali. Ero posseduto da un demone disumano, unicamente proteso nella volontà di uccidere un uomo che (e Dio sa quanto fosse facile capirlo!) da parte sua non pensava che ad uccidere me. Al mio secondo attacco, picchiai proprio al disotto del cono di fuoco disegnato in rosso dalle pallottole traccianti (per ogni pallottola visibile ce n'erano quattro che restavano invisibili e capaci di perforare le lamiere blindate). I nostri tiri si incrociavano fino al momento in cui ci sparammo a bruciapelo. Mi ricordo ancora di aver sentito, in quel preciso momento, il tac-tac-tac della MG 15 dell'Heinkel proprio sopra la mia testa, mentre mi tuffavo sotto il bombardiere per evitare la collisione. Ce l'avevo fatta con l'Heinkel. Le sue luci di posizione si accesero, ed io riuscii a vederlo nel buio mentre si posava sull'acqua. Poi le luci si spensero.
Venti minuti dopo, i segnali del faro di Duncansby Head mi avvertirono che ero vicino alla base. Quando infine la sorvolai, invece delle luci di atterraggio vidi un caos luminoso. “Non atterrare subito” mi ordinò il controllore. Ma i miei serbatoi erano quasi vuoti e perciò atterrai ugualmente aldilà delle luci. Nel mezzo del campo giaceva un Heinkel sul ventre con le eliche contorte. Evidentemente Hallowes aveva fatto centro e il pilota tedesco aveva virato verso la costa. Scorgendo una linea di boe luminose e credendosi sul mare aveva deciso di posarsi e di fare il bagno.
L'Heinkel era atterrato sul nostro campo di Wick e si era arrestato, con sbalordimento degli addetti alla torre di controllo che, credendolo uno dei nostri, gli avevano dato via libera. Si era aperto un portello, un canotto pneumatico era stato messo in mare, e due membri dell'equipaggio, dopo aver tolto gli stivali per nuotare più liberamente, si erano tuffati in terraferma. Correva anche voce che, dopo essersi issati sul canotto, avessero cominciato a remare.

 
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