Nel 1933 per studiare le rotte aeree fra l'America e l'Europa Charles A. Lindbergh compì un volo di ricognizione sull'Atlantico insieme con la moglie Ann Morrow. Il volo di ritorno, da Bathurst (Africa) a Natal (Brasile), è stato narrato da Ann nel libro “Ascolta, è il vento” (ed. Bompiani, Milano). Nel racconto della signora Lindbergh si ha il sapore di un'epoca gloriosa e oggi scomparsa.
Nella notte, me ne stetti curva sui quadranti illuminati. Una volta sola rivolsi fuori lo sguardo, uno sguardo fugace alle spalle, che mi rassicurò che volavamo al di sopra dell'acqua, poiché laggiù, in quell'ampia oscurità sotto di noi, apparivano le luci tremule di una nave. Mi domandai fuggevolmente fra quanto tempo ne avrei rivista un'altra, e mi affrettai a tornare al mio compito. La mano sulle manopole, la cuffia ben stretta alle orecchie, mi sforzavo di udire attraverso le scariche. Era una cosa da impazzire. Quasi stavo per udire, e poi una scarica cancellava tutto. Provai a ritirare l'antenna e a svolgerla di nuovo, cambiai le bobine, trasmisi la nostra posizione, ripetendola due volte, tre volte, a più riprese, per il marconista che dall'altra parte si sforzava di udire: “Posizione ore 4 TMG 11° 05' N -19° O' W - Rotta vera 224° - Copertura 1/10 a quota 600 visibilità illimitata vento 10 nodi 30° altezza 360 metri velocità 100 nodi”. Non osavo neppure alzare gli occhi. In quell'attimo di secondo avrebbe potuto sfuggirmi un sussurro dell'etere. Ma mi accorgevo che il tempo si manteneva buono dal chiaro di luna che m'illuminava le spalle e mi permetteva di scrivere e trasmettere i miei messaggi. Per ricevere, invece, dovevo accendere la lampadina, che in realtà si trattava di decifrare dei geroglifici che la mia matita aveva automaticamente buttato giù sul foglio. Che potevo ricavare da quelle lettere staccate? In principio nulla, solo alcune parole isolate di bollettini meteorologici che si sforzavano di trasmettermi: “Luna... vento... nord-est...”. Ma a poco a poco le cose migliorarono. Dopo molte ripetizioni riuscii a ricevere un bollettino meteorologico da Rio. Respirai meglio, mi stirai e guardai l'ora. Quasi le 5: tre ore dal decollo - avevamo già percorso trecento miglia sull'Atlantico, era mai possibile! Avevo già sonno, con l'intera giornata ancora davanti a me! Ma almeno sarebbe stato giorno, mentre la notte era la più dura. Una volta che fosse giorno, continuavo a dirmi, tutto sarebbe andato bene. Incominciammo a incontrare delle nuvole. L'avrei potuto dire senza alzare gli occhi perché l'apparecchio sbandava leggermente di tanto in tanto, prima su un'ala e poi sull'altra. E la luna si oscurava per brevi periodi, poi per altri più lunghi non riuscivo a vederci per scrivere i miei messaggi. Mi irrigidii, con un oscuro presentimento di paura, la tradizionale paura del cattivo tempo, e guardai fuori. Stavamo volando sopra le nubi. Riuscivo ancora a discernere una specie di orizzonte, una differenza di ombreggiatura dove acqua e nubi si toccavano. Non c'era altro. Ma pareva che l'atmosfera diventasse più nera. La tempesta? Erano nuvole quelle, o era il cielo? Non vedevamo più l'acqua, volavamo alla cieca. Rapidamente spensi la lampadina, per aumentare la visibilità di mio marito, e rimasi seduta in attesa, con i nervi tesi, scrutando nella notte. Ora ne eravamo usciti di nuovo. V'erano delle schiarite attraverso le quali potevo vedere l'acqua oscura e schiarite attraverso le quali riuscivo a intravvedere il cielo oscuro. Andava bene, lo sapevo, finché c'erano delle schiarite. Altro tratto di volo cieco. Pensai che questo - la gente lo dimentica facilmente - questo significa volare sopra l'oceano, un volo alla cieca e di notte. Ma l'alba si avvicinava. Tra non molto sarebbe stato giorno... Un pezzetto di carta mi sfregò il ginocchio. Mio marito mi aveva passato un messaggio da trasmettere: “Copertura 8/10. Piovaschi sparsi. Visibilità 3 miglia. Alba”. L'alba! Quale miracolo. Non vedevo nessun segno dell'alba, eppure doveva essere più chiaro perché ora le nuvole si differenziavano sempre più nettamente dall'acqua e dal mare. L'alba, grazie a Dio: come se fino allora avessimo vissuto nella notte eterna, come se questo fosse il primo sole mai sorto dal mare. |