Silvio Saroni è stato un asso della caccia italiana nella prima guerra mondiale. All'inizio del 1918 è stato il protagonista di un'avventurosa caccia notturna. Così ha raccontato l'episodio nel suo libro “Battaglie nel cielo” (ed. Longanesi & C., Milano).
Parto dal campo di Casoni, presso Belluno, e mi stacco da terra senza veder nulla; mi reggo in volo normale solo per quell'istinto che si è ormai sviluppato in me attraverso i numerosi voli compiuti e per la perfetta conoscenza che ho del mio apparecchio. A bordo non vi è, naturalmente, alcun genere di illuminazione: se qualche cosa va male, me lo dirà la voce del motore... Comincio a scrutare l'orizzonte nella direzione delle linee, sperando di vedere da un momento all'altro gli scoppi antiaerei che mi annunceranno l'arrivo dei bombardieri nemici. Sui monti e lungo il Piave ci dev'essere calma perfetta, come quassù, poiché non vedo che rari scoppi di proiettili a terra e un paio di razzi luminosi che salgono sveltamente verso il cielo, si arrestano un attimo sulla sommità della traiettoria e ricadono, poi, spegnendosi prima di giungere a terra. Null'altro è in vista. Salgo quindi a mille, millecinquecento, poi duemilacinquecento metri: nessun segno di vita; l'oscurità è completa dappertutto e nessuno scoppio antiaereo viene a disturbare la calma. Inizio perciò lentamente la discesa; e intanto faccio mentalmente i miei bravi calcoli per azzeccare un buon atterraggio. Ma ecco che scorgo un'ombra che si muove sullo sfondo del campo. Cerco di seguirla, più per curiosità che per altro, ma la perdo subito di vista. Quando, dopo pochi istanti, la rivedo nuovamente, quella massa oscura è assai più vicina a me e va lentamente acquistando la forma un po' confusa di una grande croce; poi... “Un aeroplano! Possibile?”. Esso vola proprio sui miei hangar, non può essere che nemico, giacché son rimasto d'accordo con Mecozzi che nessuno sarebbe partito, cosicché tutti coloro che avrei trovato in volo non avrebbero potuto essere che aeroplani nemici. Le artiglierie nostre però non sparano: come mai? Il dubbio scompare subito, le nostre artiglierie sono state informate dell'esperimento, non vi è dubbio che quello sia un apparecchio nemico... Sicuro che l'oscurità impedisce al pilota avversario di vedermi, io scendo su di lui senza troppa fretta. Giungo vicino... dirigo il muso del mio apparecchio esattamente contro l'avversario e comincio a sparare, guidando la raffica col getto quasi ininterrotto delle pallottole traccianti. L'apparecchio nemico, sorpreso in pieno, fa una bella piroetta, così come fa un piccione spadellato; si mette poi a capofitto e in un attimo viene ingoiato dall'oscurità. Quando lo rivedo, esso è nuovamente in volo normale; anch'io devo aver spadellato il mio piccione. Ripeto la stessa manovra: vedo le mie pallottole che attraversano le sue ali; l'apparecchio fa un altro capitombolo, guidato da una mano esperta di acrobata... pare si raddrizzi... ora scende precipitosamente sul campo.. atterra! E' il primo apparecchio abbattuto di notte, e la fortuna è capitata proprio a me. Sono pervaso da una smania che non riesco a frenare; vorrei quasi saltar giù dall'apparecchio per giungere più presto a terra e vedere subito la faccia stupefatta del mio avversario vinto. Il mio apparecchio tocca leggermente il prato... Scendo a scapicollo e mi unisco ai primi soldati che corrono a far prigioniero il pilota nemico. lo non porto nulla in tasca, neppure un temperino, e non vorrei che quello, furioso come dev'essere per la sconfitta subita, mi spari magari a bruciapelo... “Attenti, ragazzi”: gli ultimi metri che ci distanziano dall'apparecchio sono coperti con una certa circospezione; il pilota è appoggiato all'apparecchio e non fa nessun gesto, non parla. Ancora un passo, e posso guardarlo in faccia: è il capitano Z., che comanda una delle squadriglie del mio gruppo, e l'apparecchio sul quale poggia il gomito è un bellissimo Hanriot, come il mio! Era successo questo. Appena in volo, io avevo sorvolato a poche centinaia di metri di quota il paesetto che ospita gli ufficiali del campo. Molti di questi erano ancora a cena in quel momento, e taluni di essi non erano al corrente dei mio esperimento notturno. Fra questi ultimi vi era anche il capitano Z. Saputo dai colleghi di che cosa si trattava, lo zelante capitano si era precipitato al campo per tentare lo stesso esperimento. Qui l'amico Mecozzi lo aveva messo al corrente degli accordi presi con me: “Scaroni sparerà a chiunque scorga in aria: siamo d'accordo che nessuno debba partire dal campo prima che lui abbia atterrato”. Ma la risposta fu: “Scaroni non mi vedrà”.
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