Rodolfo VerduzioRodolfo Verduzio è stato un pioniere dell'aviazione ed insieme a Umberto Savoia il progettista del caccia italiano più famoso della prima guerra mondiale, lo SVA (Savioa-Verduzio-Ansaldo). Paola Boni Fellini raccolse in forma autobiografica i ricordi di Verduzio (“Uomini dell'aria”, Centro Editoriale dell'Osservatore, Roma), qui un brano dedicato all'incontro con il francese Gabriel Voisin, un altro grande pioniere dell'aria e all'avventura che ne seguì.
Forte Pietralata, maggio 1907. Chi è colui che vedo avanzare come nuovo e malcerto per i solitari ambulacri del Forte? Toh! Una conoscenza di Issy-le-Moulineaux: Gabriel Voisin! Lo abbraccio festante, sono accolto a gran festa. Che cosa può fare a Pietralata Voisin? Ecco: è stato invitato dal Ministero della Guerra a presentare un suo apparecchio di volo che è già qui, imballato, in attesa. E' già qui? e lo dice a me! Do ordine che la cellula sia subito sballata, e do mano io stesso impaziente all'opera. Non si tratta che d'un aliante tosi primordiale da sembrare un gran cervo volante con una maiuscola coda. E tutto questo come funziona? Oh Dio, non funziona, e si vedrà. Al centro della trappola deve installarsi l'uomo, testa e spalle tra le ali, e due aste sotto le braccia che sopportano la cellula; il carrello di lancio e d'arrivo è formato dalle gambe dell'infelice libratore; la coda, leggera com'è, poggia a terra; e la forza motrice? Quella del volonteroso che solo per amplificazione diremo aeronauta, sommata a quella d1 due vigorosi soldati del genio i quali tirano la cellula lateralmente, aggrappandosi a due stroppi di fune. Ma io non sto alle mosse: un desiderio tosi aggressivo, così risoluto deve leggermisi in viso, nella persona, che il francese mi invita, forse solo pro forma, a provare la sua macchina. Non me lo faccio dire due volte. L'apparecchio vien trainato su uno spalto in ripida discesa, ed io prendo posto nella gabbia. Come il Cerbero di Dante “non avea membro che tenesse fermo”. Mi sento Icaro, mi sento Leonardo sul Monte Ceceri. Volerò. Voisin e un robusto sottufficiale si pongono agli estremi della cellula per aiutarmi; do il: “via!” e i due si mettono a correre; passa forse mezzo minuto: sono in aria legato come un pupazzo in un congegno di scatole, sospeso alla mercé di Dio, senza organi di governo, senza pur la possibilità di una mossa, ma felice, ebbro di un'ebbrezza che sublima il pericolo. Ahimè! dopo un attimo di ascesa la cellula che comandare non posso, fa un mezzo giro su se stessa verso sinistra, batte uno spigolo a terra e va in frantumi. Mortificato, più che caduto dal settimo cielo, mezzo accecato dal terriccio, subito goffo, subito infelice, mi sento tastare da tutte le parti da Voisin e dai sottufficiali accorsi. Ah! quella Santa Vergine di Loreto! Non mi sono fatto proprio niente e devo ridurre il mio euforico delirio alla compiacenza molto modesta di aver compiuto in Italia il primo volo librato nel vero senso della parola; non mancava che la réclame, e il pubblico a plaudire. Dopo trentatré anni, in un pranzo di Pionieri al Circolo dell'Aeronautica in Roma, festeggiandosi il caro Mario Calderara brevetto di pilota n. 1, il presidente Maurizio Moris ricordò che a Calderara appunto quella cellula era destinata, ed io seppi solo allora a chi avevo rapito l'onore del tragicomico primato.
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