giovedì 09 settembre 2010
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Sommergibili della Regia Marina

A cavallo di un siluro
Scritto da Scorpio   

Il progetto della MignattaLa situazione per il pirata Morgan si faceva critica:

«Usciremo egualmente in mare. È necessario andarcene questa notte onde non correre il pericolo di venire abbordati dalle forze di mare e di terra.»

«Usciremo!» esclamò Morgan, con stupore. «Pensate che con tre o quattro bordate ben aggiustate possono demattare la nostra nave e sfondarci i fianchi.»

«Possiamo evitare queste bordate.»

«In quale modo, signore?»

«Preparando un brulotto. Non vi è alcuna nave in porto?»

«Sì, vi è una barcaccia ancorata presso l'isolotto. Gli spagnuoli l'hanno abbandonata subito dopo che noi abbiamo gettato l'ancora.»

«È armata?»

«Con due cannoni e porta due alberi.» 

«È carica?»

«No, capitano.»

«Abbiamo delle materie infiammabili a bordo, è vero?»

«Non manchiamo nè di zolfo, nè di pece, nè di granate.»

«Allora date ordine che si prepari un buon brulotto. Se il colpo ci riesce, vedremo qualche fregata in fiamme. Intanto lasciatemi riposare sino alle due»

Ed in effetti l'impresa ardita riesce e la Folgore riesce a prendere il largo.

 

Raffaele Paolucci in divisa da BersagliereLa magica penna di Salgari, non solo ha incantato milioni di ragazzi ma fu anche da ispirazione per Raffaele Paolucci, come lui stesso confessò nella sua autobiografia Il mio piccolo mondo perduto. Medico, nato a Roma il primo giugno del 1892, già nel 1915 era stato decorato al merito della salute pubblica, decise di passare sotto le armi, prima come bersagliere (come da foto) successivamente come sottotenente di Marina imbarcato sulla nave Emanuele Filiberto dove era stato promosso tenente. In pratica il suo desiderio era quello di poter portare un suo “brulotto” carico di dinamite, intrufolarsi a nuoto all'interno di un porto e fare saltare in aria una grossa nave di battaglia. Invero non si limitò di immaginare, ma mise su carta e progetti le sue idee, prevedendo un ordigno esplosivo con forma ad ogiva, lunga circa 160cm e larga 60cm, munita di due camere d'aria a poppa e a prua per consentire il galleggiamento della stessa nonostante la carica esplosiva di ben un quintale di tritolo, era inoltre previsto anche un congegno ad orologeria in grado di far brillare la carica all'orario prestabilito. Purtroppo però essendo medico e non disponendo di materiali e risorse fu costretto a limitarsi alla fase di progetto per la torpedine, nonostante ciò iniziò ugualmente un allenamento segreto notturno utilizzando in luogo dell'ordigno una botte di vino, uscendo dalla nave su cui era imbarcato e percorrendo via via una distanza sempre maggiore fino a raggiungere 8 km, quanti bastavano per poter raggiungere gli ormeggi nemici e tornare indietro. Presentò anche un dettagliato piano, ma nonostante ciò il suo ufficiale in grado più alto, si limitava a farlo allenare, forse anche per non deluderlo,

Raffaele RossettiNel frattempo l'altro protagonista di questa nostra storia, il 37enne genovese Maggiore GN Raffaele Rossetti. Ufficiale di carriera e grande studioso nonchè ricercatore di nuove tecnologie, era mosso dallo stesso incrollabile desiderio. Diversamente da Paolucci non si basò solo sulle fantasie, ma si basò sulla tecnologia conosciuta per ideare una nuova e rivoluzionaria arma, del resto oltre le conoscenze aveva soprattutto i mezzi per poter effettuare tale lavoro. Infatti a metà del 1918 realizzò due prototipi direttamente derivati dai siluri, della lunghezza di otto metri e del diametro di 600mm. Era alimentato ad aria compressa, come del resto erano le torpedini in quel periodo, che azionavano due eliche, per una velocità di circa 3 nodi ed un'autonomia di 10 miglia, con una potenza di 40 cavalli. Era provvista di due teste esplosive indipendenti di circa 170kg di tritolo ciascuna dotate rispettivamente di spolette ad orologeria con un ritardo massimo di sei ore.

Le due testate erano sistemate in fila sulla prua del mezzo, inoltre per migliorare le caratteristiche idrodinamiche del mezzo la prima carica, ovvero quella più a prua terminava a forma di cono.  La mignatta era rivestita con doghe in legno tenute insieme da cerchi in rame di cui quello centrale era di dimensioni triple e provvisto di anello atto a facilitare la movimentazione, l'imbarco e la messa in mare. Era sprovvisto di timone e per poterlo fare virare si utilizzava un metodo sperimentale, in pratica gli operatori, per mezzo di gambe e mani dovevano creare una maggiore resistenza sul lato su cui virare. La velocità la si regolava invece attraverso una valvola deputata alla fuoriuscita dell'aria compressa. Oltre al serbatoio principale dell'aria compressa, ve ne era un altro più piccolo per la regolazione dell'assetto.

La Mignatta

Gli operatori potevano cavalcare il mezzo, ma così facendo lo stesso si sarebbe leggermente appoppato con la conseguenza di tenere l'operatore con l'acqua fino al collo, lo stesso problema che più tardi continuò a riscontrarsi sui più moderni SLC. Per questo motivo era anche provvisto di maniglie sui lati al fine di permettere ai due operatori di aggrapparsi e farsi trascinare, era anche presente un congegno di autodistruzione. Inoltre ogni carica era provvista di un sistema a scomparsa che permetteva l'aggancio magnetico allo scafo di una nave (da qui derivò il termine Mignatta). La torpedine aveva una leggera spinta positiva era leggermente positiva, quanto bastava per permettere all'oggetto di stare appena in affioramento, in modo da non renderlo troppo visibile.

Quando i prototipi arrivarono ad uno stato avanzato, la Regia Marina fece in modo che i due Raffaele si incontrassero e da quel giorno iniziarono così quattro mesi lunghi di addestramento molto duri. Il mezzo rivelava sempre nuovi difetti che ogni volta rischiavano di fare naufragare l'impresa (si rischiò addirittura di perdere il mezzo, ma altrettante volte l'Ing. Rossetti riuscì a risolverli. Quando i problemi furono risolti e l'addestramento permise di raggiungere un elevatissimo affiatamento la Marina dette il placet per l'ardita operazione.

Fotto della Torpedine semovente

Fu così che in un plumbeo pomeriggio del 31 ottobre, una piccola squadra composta dalla torpediniera 65PN comandata dal coordinatore della missione, il capitano di fregata Costanzo Ciano, che rimorchiava il Mas 97 che a sua volta trasportava la Mignatta, partì da Venezia. La navigazione procedette senza problemi fino alla 22 quando giunti a qualche centinaio di metri dalla diga che chiudeva il porto di Pola fu ammainata la mignatta su cui presero posto Paolucci e Rossetti. I due operatori indossavano una tuta impermeabile che li avvolgeva interamente ad eccezione di occhi e orecchie, inoltre secondo un'idea del fantasioso medico il capo era curiosamente mimetizzato utilizzando un involucro che simulava un fiasco, in modo che se fossero stati illuminati da un riflettore li avrebbero scambiati per fiaschette vuote abbandonate magari da qualche marinaio. Una volta avviata la Mignatta, la torpediniera si diresse verso l'Italia, mentre il Mas sarebbe rimasto in zona per recuperare gli operatori a fine missione.

La leggenda aveva inizio:

Dalla relazione di Paolucci:

alle 22,30 urtiamo contro l'ostruzione esterna. Sono tanti cilindri vuoti, lunghi non più di tre metri, tra i quali sono distesi grossi cavi di acciaio di un paio di metri di lunghezza. A forza di braccia, tenendoci con una mano all'apparecchio e con l'altra ai cilindri, spingiamo l'rdigno a motore spento.”


Ancora parecchie ore occorsero per poter arrivare al limitare dell'agognata meta, trascinando il pesante mezzo per tre ordini di sbarramento. Andarono vicini dall'essere individuati, dapprima da un sommergibile, poi da una sentinella infine da una serie di piccole imbarcazioni di pattuglia. Finalmente alle tre del mattino, stremati dalla fatica riuscirono ad arrivare nei pressi delle navi alla fonda. Intanto il cielo cominciò a riversare pioggia sempre più forte, ma nonostante tutto, la sola vista delle corazzate austriache diede nuova linfa ai due operatori. Tutte le navi erano oscurate ad eccezione della meta più bella.... la Viribus Unitis.

Cartolina propagandistica della Viribus Unitis

Ma più si avvicinavano maggiori erano i problemi su cui si imbattevano, si pensi che all'improvviso la torpedine iniziò ad affondare per la disperazione di Rossetti che tentò a forza di braccia di tenerla a galla, finché grazie all'utilizzo delle valcvole di assetto riuscì a far riaffiorare il mezzo.

Quando siamo a 20 metri dal centro della Viribus Unitis, secondo quanto è stabilito, dovrei andare io, a nuoto, ad attaccare la torpedine sotto di bordo, ma l'ingegnere mi ordina d'aspettarlo perchè vuole andare lui, quando mi lascia, sono le 04,50.”

Rossetti che già aveva inistito per partecipare direttamente all'azione (non avrebbe mai permesso di far guidare il Suo mezzo a qualcun'altro, volle anche condurre personalmente la parte finale dell'operazione. Nel frattempo la forte corrente trascina alla deriva il mezzo su cui Paolucci attende il compagno e solo grazie a tutta la sua perizia e le sue residue forze riuscì ad evitare di perdere l'arma. Il tempo correva inesorabile e con esso aumentava l'ansia per Rossetti che non si vedeva ancora:

Sarà Svenuto?”

Sarà stato individuato?”

Con queste domande nell'animo aveva preso la ferma intenzione di attaccare la nave con la seconda carica, quando alle 5,35 gli parve di vedere galleggiare una fiaschetta... era Rossetti.

Sulla nave suonò la sveglia rianimando tutti i marinai a bordo e non passò molto tempo a che un riflettore puntò decisamente sui due italiani, erano stati scoperti. A questo punto bisognava distruggere il mezzo di assalto e complice anche la fortuna lo si fece nel migliore dei modi. Furono infatti azionate le valvole di immersione, fu azionato il motore ed infine fu puntato verso l'approdo dove era ubicato il piriscafo Wien, che fu colpito ed affondò per i danni.

Nel mentre cheil bagliore dell'esplosione della Wien facesse concorrenza a quello dell'alba i due operatori furono prelevati da alcuni marinai che intanto li avevano raggiunti su una lancia.

wer sind sie?” Fu chiesto.

Italienische Offiziere” Si rispose

Una volta presi, furono fatti salire a bordo della loro preda. Incredibile pensare che a 24 anni di distanza si ricreò l'identica situazione a bordo della corazzata Britannica Valiant, con protagonisti sempre due incursori italiani: De La Penne e Bianchi. Una volta sulla corazzata si resero conto che l'Austria, come ultimo tentativo di sottrarre la flotta all'onta della consegna al nemico vittorioso l'aveva in parte ceduta ad un Comitato Jugoslavo (espediente che comunque non salvò le altre navi che furono comunque spartite tra i vincitori)

Paolucci chiese di poter parlare con il Comandante della nave: lo jugoslavo Janko Vukovic, al quale fu detto “La nave corre serio pericolo, faccia salvare i suoi uomini” (seconda analogia con l'impresa di Alessandria).

La mignatta accanto all'SLC esposti nel Museo di Venezia

Fu pertanto impartito l'ordine di abbandonare la nave e con gesto altamente cavalleresco dopo avergli stretto la mano concesse ai due italiani di potersi gettare in mare per salvarsi, ma le traversie continuarono, infatti alcuni marinai slavi quando videro Paolucci e Rossetti gettarsi in mare, li raggiunsero e li riportarono a bordo e per vendetta erano intenzionati a rinchiuderli nella stiva della nave con l'intento di fargli fare la stessa fine del loro bersaglio, (terza analogia con l'affondamento della Valiant dove anche lì gli inglesi rinchiusero gli italiani “ben al di sotto della linea di galleggiamento”). Furono spogliati e malmenati, ma mentre stavano per essere portati nella pancia della loro vittima, avvenne l'esplosione, erano le 6.30. Una colonna d'acqua si levò sin quasi al cielo, mentre il gigante si inclinava sul fianco di dritta, e come sottofondo le sirene di allarme del porto. I marinai presi dallo spavento si gettarono immediatamente in mare, a bordo rimasero Paolucci Rossetti e Vukovich. Con fare che potremmo definire “cinematografico” l'ingegnere rimase a bordo, mangiucchiando con apparente freddezza una tavoletta di cioccolata che aveva in dotazione, del resto la missione era stata compiuta con successo, nulla avrebbe potuto far salvare la nave. Quando si gettarono a mare nuotarono senza meta, ed in effetti aspettavano solo di essere tratti in salvo per esser presi prigionieri come avvenne poco dopo.

Alle 6.40 del 1° novembre 1918, la Viribus Unitis, la nave che trasportò le spoglie dell'Arciduca Ferdinando e della Arciduchessa sofia in patria, dopo la loro uccisione a Sarajevo. scomparve tra i flutti. La pari classe era la “Santo Stefano” affondata da Rizzo con il suo Mas a Premuda.

La Viribus Unitis in procinto di affondare

Per la prima volta nella storia, due uomini muniti di un semplice ordigno erano riusciti a violare un munitissimo e difeso porto, portarsi sotto la chiglia di una corazzata ed a farla affondare. Coraggio, fantasia e ardimento caratteristiche che contraddistinsero anche nella seconda guerra mondiale gli italiani. La loro prigionia durò pochissimo, infatti il 5 novembre la flotta Italiana al comando dell'ammiraglio Umberto Cagni a Bordo della Saint Bon e seguita dai caccia Abba e La masa Missori e Pilo, dalle torpediniere Procione Pellicano e Climene, nonché le torpediniere 2,4,41,64 PN 16 OS nonché 4 Mas di scorta entrasse a Pola al grido W IL RE!

A entrambi fu concessa la Medaglia d'Oro al Valor Militare con le seguenti motivazioni:

Raffaele Paolucci:

Portò geniale contributo nell'ideare un mirabile ordigno di guerra marittima. Volle a se riservato l'altissimo onore di impiegarlo, e con l'audacia dei forti, con un solo compagno penetrò di notte nel munito porto di Pola.

Con mirabile freddezza attese il momento propizio e verso l'alba affondò la nave Ammiraglia della flotta Autro-Ungarica.

Raffaele Rossetti:

Genialmente ideava un mirabile ordigno di guerra marittima, con amorosa tenacia ne curava personalmente la costruzione. Volle a se riservato l'altissimo onore di impiegarlo e, con l'audacia dei forti, con un solo compagno penetrò di notte nel munito porto di Pola.

Con mirabile freddezza attese il momento propizio e verso l'alba affondò la nave Ammiraglia della flotta Austo-Ungarica.

Epilogo

Raffaele Paolucci fu promosso Capitano Medico e di lì ad un anno lasciò la marina, fu nominato dal re Conte di Valmaggiore e aderì al fascismo dove divenne deputato per ben 4 legislature. Inoltre divenne professore universitario in 4 fra le più importanti università. Dopo la seconda guerra mondiale si iscrisse al Partito Nazionale Monarchico ed in quelle file fu eletto senatore nel 1953. Fu inoltre un chiruga di grande fama. Morì a Roma il 04 settembre 1958.

Raffaele Rossetti fu promosso quale Tenente Colonnello del Genio Navale ma come il suo compagno di avventure ben presto chiese il congedo, ma le analogie finiscono qui, del resto a parte l'ardore comune, il resto era diverso. Essendo infatti antifascista non accettò alcuna carica nobiliare, ma ben presto per ordini politici superiori fu comandato di ignorarlo. Sempre a causa del regime fu costretto ad andare all'estero. Fu importante membro della “Concertazione democratica”, organo composto dagli esuli antifascisti della Capitale Francese, morì a Milano il giorno della vigilia di natale del 1951.

Scheda Tecnica Corazzata Classe Tegetthoff

Corazzata Classe Tegetthoff

Furono costruite 4 unità di questa classe di cui due furono affondate da ardite azioni italiane

  • Viribus unitis
  • Tegetthoff
  • Peinz Eugen
  • Szent Izvàn

Dislocamento:

  • 21595 tonnellate a pieno carico

Dimensioni:

  • Lunghezza 152,2 metri
  • Larghezza 27,3 metri
  • Altezza 8,9 metri

Propulsione:

  • 27000 cavalli vapore
  • velocità massima 20,3 nodi
  • Autonomia 4.200 miglia nautiche alla velocità di 10 nodi


Spessore massimo della corazza:

  • 280mm

Armamento:

  • 12 cannoni da 305mm suddivise in 4 torrette trinate
  • 12 cannoni da 150mm
  • 18 cannoni da 66mm antiaerei
  • 2 cannoni supplementari da 66mm
  • 4 tubi lanciasiluri da 533mm

Equipaggio:

  • 1087 tra marinai e ufficiali
 
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