giovedì 09 settembre 2010
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Il Bersagliere Enrico Toti
Scritto da Scorpio   

Immagine del Bersagliere Enrico Toti tratta dalla Domenica del CorriereEnrico Toti nacque a Roma il 20 agosto del 1882. All'età di quattordici anni finite le scuole elementari si arruolò in Marina come mozzo. Per tre anni rimase imbarcato sulla nave scuola Ettore Fieramosca e nel 1899 si imbarcò sulla Emanuele Filiberto con la qualifica di torpediniere elettricista. Passò poi sulla Agostino Barbarigo ed infine sulla Coatit. Quest'ultima partecipò alla campagna del Mar Rosso contro i pirati che la infestavano. La vita da marinaio durò poco, nel 1904 morì infatti il fratello Ernesto e per non lasciare soli i genitori tornò a casa. Partecipò ad un concorso per diventare meccanico nelle Ferrovie dello Stato e nel 1905 divenne fuochista, tre anni dopo però, per la precisione il 2 marzo 1908, nella stazione di Segni avvenne un incidente e la sua gamba sinistra rimase stritolata fra gli ingranaggi di una motrice. L'arto fu amputato e Toti a soli 26 anni rimase senza una gamba, ma proprio qui il temperamento dell'uomo saltò fuori.

Si procurò un arto artificiale, con non pochi sacrifici finanziari, e cosa veramente eccezionale nel 1911 salì a bordo della sua bicicletta e cominciò a girare il mondo: percorse la Francia, il Belgio, l'Olanda, la Germania, la Svezia, la Norvegia, la Finlandia, la Russia, la Polonia e l'Austria. Quando nel giugno del 1912 ritornò in patria era già pronta la sfida successiva, ed infatti a gennaio dell'anno successivo partì per l'Africa.

Enrico Toti con la sua inseparabile bici

Nell'anno 1915 fu uno dei primi a scendere per le strade e gridare insieme ai più accesi interventisti e quando l'Italia entrò in guerra lui si precipitò a presentare domanda di arruolamento, ma per tre volte questa fu respinta. Non si perse d'animo, si fece confezionare una divisa militare e con un tricolore in spalla partì per il fronte. Giuntò lì fu fermato dai carabinieri e condotto al comando fra l'incredulità generale riferì: "...Voglio entrare per primo a Trieste e piantare sul colle di S. Giusto questo tricolore romano. Cosa importa se mi manca una gamba? Sono agile: mi arrampico come uno scoiattolo, striscio come una biscia, nuoto come un pesce, so sopportare la fame e la sete, non temo pericoli. Posso passare inosservato attraverso le linee nemiche e in tre giorni andare e tornare da Trieste! " A queste parole il maggiore Lanino, contrariamente a qualsiasi regolamento ordinò che gli venisse data una gavetta e che gli fosse dato posto nel dormitorio degli attendenti gli ufficiali. Enrico Toti si inventò tutti i mestieri per poter essere utile per i soldati al fronte ma i suoi tentativi di ottenere l'agognata divisa e di poter combattere in prima linea continuano ad esser vani. Cercava tutti gli espedienti per poter stare sempre più vicino alla prima linea e se qualcuno gli raccomandava di porre maggiore prudenza lui rispondeva “Ma non moro io!”


Il 6 aprile del 1916, sebbene non potesse essere inserito nel libro matricole, gli furono conferite le stellette ufficiali e finalmente divenne bersagliere. L'entusiasmo lo pervase e contagiò tutti i suoi commilitoni.

L'offensiva italiana in grande stile stava per cominciare:

Il mattino del 4 agosto l'artiglieria italiana aprì il fuoco sulle posizioni nemiche dal Monte Sei Busi al mare.  Alle quattro del pomeriggio le fanterie della XVI Divisione balzarono all'assalto di quota Pelata e quelle della XIV di quota 85 e 121. Sulla quota Pelata due battaglioni della Brigata Lazio riuscivano ad espugnare la prima linea di trinceramenti, spingendosi anche verso la seconda, ma a sera i soldati furono costretti a ripiegare. Le truppe della XIV Divisione, avevano pure vinto la resistenza nemica nelle trincee di quote 85, 6, 121, ma anche esse avevano poi dovuto abbandonarle seminate di morti.  L'attacco doveva essere ritentato il giorno sei, concentrato su quota 85. Le truppe sarebbero state disposte su tre colonne: a destra un battaglione del 56° Fanteria, al centro l’XI e a sinistra il III battaglione Bersaglieri ciclisti. Fra questi ultimi vi era Enrico Toti.  Alle tre e mezza dopo un violento attacco con le bombarde fu lanciato l'attacco e i bersaglieri uscirono dalle trincee pronti per l'assalto. Manco a dirlo Enrico Toti fu tra i primi a lanciarsi all'attacco con il fucile imbracciato, con la sua fida stampella ed al grido:

“Avanti, Bersaglieri! Viva L'Italia!”

Mentre sparava sul nemico un colpo lo raggiunse, cadde a terra ma si rialzò e continuò l'azione, un secondo colpo lo raggiunse ma neanche questo lo fermò, ma il suo destino si compì col terzo ed ultimo proiettile che lo raggiunse ma, prima di spirare, con le ultime forze prese la sua stampella e la scagliò contro il nemico come ultimo atto di sfida. La leggenda vuole che prima di esalare l'ultimo respiro, si tolse l'elmetto e baciò il suo piumetto.

L'ultima sfida del bersagliere Enrico Toti

Poco dopo dalle Grotte del Carso, e da tutte le valli risuonava il grido di Vittoria!

L'eroica morte del bersagliere Enrico Toti doveva essere ricompensata con una dovuta medaglia d'oro al valore militare, ma ostava il fatto che lui non era un soldato regolare e che quindi non si poteva assegnare un riconoscimento militare a chi non lo era.

l 3 settembre di quello stesso anno, il Duca D’Aosta annunciava solennemente che il Re « motu proprio » aveva concessa la Medaglia d'Oro al Valor Militare al bersagliere Enrico Toti «perché ne sia tramandato il ricordo glorioso ed eroico alle generazioni future».

« Enrico Toti, da Roma, volontario Bersaglieri ciclisti: Volontario, quantunque privo della gamba sinistra, dopo aver reso importanti servizi nei fatti d'arme dell'aprile a quota 70 (est di Selz), il 6 agosto nel combattimento che condusse all'occupazione di quota 85 (est di Monfalcone), lanciavasi arditamente sulla trincea nemica continuando a combattere con ardore, quantunque già due volte ferito. Colpito a morte da un terzo proiettile, con esaltazione eroica, lanciava al nemico la gruccia e spirava baciando il piumetto, con stoicismo degno di quell'anima altamente italiana.

Monfalcone, 6 agosto .1916 (Boll. Militare Uff. Disp. 84 del 1916) ».


Il Duca D’Aosta lo esaltò poi più volte e nel messaggio alle truppe del Capodanno 1918, dal Piave disse:


« Nella schiera dei nostri eroi, la figura di Enrico Toti si eleva sopra gli altri, e, trascendendo i limiti e gli attributi della persona, assurge alla forza di un simbolo grande e sublime d'italianità, amor patrio insuperabile, spirito di sacrificio pari al coraggio e al valore e soprattutto alta e verace espressione di quel puro e caldo sentimento popolare che sì ricco contributo di entusiasmo, di fede, di energie, ha versato nella compagine delle forze combattenti.  Onorare la memoria di Enrico Toti vuol dire onorare il popolo italiano che ha affrontato senza esitare i più gravi sacrifici per il conseguimento degli ideali patri; significa esaltare gli umili che alla gran Madre hanno fatto olocausto della loro esistenza senza nulla chiedere; significa infine confermare la santità della nostra causa ed elevare l'animo e la coscienza nazionale.  La III Armata ed il suo Comandante non potranno mai dimenticare l'eroico popolano caduto in vista della meta agognata; essi sentono vivamente nel cuore il dolce richiamo che parte dalla gelida e disadorna tomba del Carso, con rovente rammarico e con nostalgico dolore lasciata, sulla quale, per le rinnovate fortune d'Italia, dovrà brillare ancora il sole della vittoria! »


EMANUELE. FILIBERTO DI SAVOIA DUCA D'AOSTA.


Enrico Toti divenne leggenda e immortale.


Ma non moro io!”

 
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