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Pagina 2 di 3 Le azioni belliche furono però pressoché inesistenti, dato che la guerra d’Africa era ormai terminata, ingloriosamente. Fin qui la guerra “normale”. L’8 settembre 1943 colse l’Aliseo nelle acque de La Spezia. Giunse qui lo stesso giorno l’ammiraglio Nomis di Pollone per assumere il comando di tutte le siluranti dell’alto Tirreno, insieme con il duca Aymone d’Aosta. Già erano partite verso il loro destino le navi da battaglia al comando dell’amm. Bergamini, come ha ampiamente illustrato il prof. Lodolini. Nomis di Pollone e il duca Aymone si inbarcarono sull’Aliseo. Scelsero proprio quella nave, a riprova della nota fedeltà del comandante alla causa dei Savoia. Mossa opportuna in un momento di grande incertezza, in cui non si poteva prevedere la reazione non solo dei marinai, che potevano ammutinarsi, ma anche di alcuni comandanti più legati al fascismo che al re, in un momento in cui la sorte della flotta appariva incerta. Ad ulteriore riprova della cieca fedeltà alla causa dei Savoia di Carlo Fecia di Cossato, si può citare l’episodio di Bastia (Corsica) del giorno dopo. Qui l’Aliseo era ancorato insieme con due caccia e cinque motozattere della marina tedesca. Alla notizia del voltafaccia i tedeschi tentarono di aggredire gli italiani, ma la pronta reazione dell’Aliseo portò all’affondamento di uno dei caccia tedeschi ed alla fuga del resto della squadra. Fecia di Cossato fu quindi il primo comandante di marina che applicò alla lettera i dettami dell’armistizio, e possiamo essere certi che lo fece in perfetta buona fede e convinto di compiere il proprio dovere per il bene del re. Del resto quest’azione gli valse una medaglia di bronzo al valor militare: l’ultima delle sue decorazioni. Con la stessa buona fede e lo stesso convincimento condusse poi le sue navi a Palermo e poi a Malta e partecipò in seguito alla cobelligeranza. Il Ministro della Marina De Courten aveva infatti detto che la consegna delle navi senza combattere al nemico era un ordine del re, triste e doloroso, ma necessario per la sopravvivenza stessa della monarchia. Un tale ordine era per un marinaio peggiore della morte, perché ne uccideva l’onore, secondo la legge universale di tutti gli uomini di mare. Ma Fecia di Cossato obbedì senza batter ciglio: il suo carattere adamantino, la sua fedeltà al giuramento monarchico gli impedì di vedere all’inizio quello che altri comandanti già avevano capito o stavano incominciando a capire. Ma anche Carlo Fecia di Cossato alfine se ne rese conto. Giunto a Taranto, trovò una città occupata dagli alleati, che consideravano la nostra una terra di conquista, con tutte le conseguenze di degrado, vergogna, indegnità alle quali la miseria aveva costretto la popolazione civile. Il governo Badoglio fu sostituito dal governo di Ivanhoe Bonomi e i nuovi ministri non giurarono fedeltà al re, e non lo fece nemmeno il ministro della Marina, amm. De Courten. Per i comandanti della flotta e in particolare per Fecia di Cossato, questo fu un colpo terribile. A conferma di questa presa di coscienza da parte di Cossato basti citare le disposizioni che egli impartì alla sua squadriglia di torpediniere quando, agli inizi di giugno ’44, si sparse la voce che le navi italiane, nonostante la cobelligeranza, sarebbero state cedute ad altre nazioni. Ve le leggo testualmente: Se venisse confermato l’ordine di consegna, dovunque vi troviate lanciate tutti i vostri siluri e sparate tutti i colpi che avete a bordo contro le navi che vi stanno intorno, per rammentare agli angloamericani che gli impegni vanno rispettati; se alla fine starete ancora a galla, autoaffondatevi. La situazione precipitò in occasione della festa della Marina, il 10 giugno ’44. Nel messaggio ufficiale di De Courten il re non era citato ed anzi si seppe che un messaggio alle forze armate di Umberto dell’8 giugno era stato volutamente ignorato e, solo in seguito alle forti proteste dei marinai della base di Taranto, fu pubblicato in ritardo il successivo 17 giugno. Ma la cosa che più fece indignare tutti fu il fatto che i ministri non dovessero più giurare fedeltà alla Corona. Per calmare gli animi Nomis di Pollone decise di convocare tutti i comandanti il 22 giugno, ma, durante l’incontro, proprio Fecia di Cossato, lui così ligio al dovere, essendosi reso conto che non obbediva più al re, uscì dalle fila degli ufficiali e dichiarò: “No, ammiraglio, questa volta non dobbiamo obbedire e domani la mia nave non uscirà”. La sera stessa fu convocato a palazzo Resta a Taranto, sede del ministero della Marina, e gli fu chiesto di recedere dal suo proposito, ma ovviamente egli rifiutò e, come diretta conseguenza fu messo agli arresti in fortezza. L’equipaggio dell’Aliseo si ribellò e così fecero anche altre navi della base di Taranto. Gli uomini dichiararono che la protesta non sarebbe cessata finché Cossato non fosse stato liberato. Si ricorse così ad una decisione farisaica (in seguito avremmo fatto il callo a cose del genere): Cossato fu liberato e mandato in licenza a Napoli. Qui fu ospite dell’amico e collega Ettore Filo della Torre a villa Pavoncelli, ma sicuramente la vista di una città ancora più degradata e prostituita – oserei dire – di Taranto (vedi “La pelle” di Curzio Malaparte) non dovette far bene al suo spirito.
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