|
Pagina 3 di 3 Egli forse si rese conto di aver sbagliato tutto: il re praticamente non c’era più, i suoi ideali erano stati traditi ed egli era stato ingannato e costretto a sacrificare il suo onore di marinaio per niente. Si vide circondato di opportunisti, di mezze calzette, di gente senza onore (qualcuno arrivò persino a negargli l’accesso al circolo ufficiali della Marina, e possiamo essere certi che proprio questi personaggi fossero indegni di accedervi). Chiese udienza all’unico punto di riferimento che potesse restargli, al reggente Umberto che sarebbe stato il re di maggio. Ma questi probabilmente non fu neanche informato di questa richiesta e comunque l’incontro non avvenne mai. Fecia di Cossato, che era tutto d’un pezzo, non poteva sopportare il degrado e la piccineria dell’Italietta che si stava formando e che purtroppo in gran parte sussiste tuttora. Cominciò a maturare l’idea del suicidio e a nulla valse, se non a ritardarlo, l’amicizia con una nobildonna bolognese, che fu (ci si conceda una digressione umana) l’unico legame sentimentale della sua vita, se si esclude la passione giovanile per una ragazza cinese che conobbe nei due anni passati in Cina. Dopo aver scritto, da perfetto gentiluomo, una lettera di scuse all’amico e ospite Filo della Torre, la notte del 28 agosto 1944, a villa Pavoncelli, si uccise con un colpo di pistola alla testa. Il suo corpo fu sepolto, avvolto nel tricolore, dai suoi marinai nel cimitero di Poggioreale. Umberto di Savoia, che non aveva voluto o potuto riceverlo, volle poi curarne a proprie spese il trasferimento a Bologna. Non si creda che il suicidio fosse stato prodotto da un improvviso cedimento. L’atto fu profondamente meditato, e lo dimostra la lettera indirizzata alla madre in data 21, una settimana prima. Questa lettera dice tutto. Se questo convegno è dedicato al dissenso nella Marina dopo l’8 settembre del ’43, credo che nessuna storia sia più emblematica di questa di Carlo Fecia di Cossato. Egli, fedele per natura, arrivò tardi al dissenso, perché arrivò tardi all’agnizione. Ma lo espresse portandolo alle estreme conseguenze, offrendo la sua vita sull’altare dei suoi ideali traditi. Fulgido esempio di eroe, che non ebbe la fortuna di perire in battaglia, come l’amm. Bergamini, ma proprio per questo grandissimo nella sua sconfitta e nella sua resurrezione.
|