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Appartenente alla classe Panigaglia fu impostata presso i Cantieri Ansaldo San Giorgio di Muggiano a La Spezia nel 1922, varata il 16 aprile 1924 e consegnata alla Regia Marina il 15 dicembre 1924. Il suo nome deriva da una località vicina a Taranto dove è ubicata una importante polveriera.
Durante la seconda guerra mondiale venne utilizzata come posamine e partecipò attivamente alla posa di diversi sbarramenti.
Alla data dell' 8 settembre 1943 si trovava a La Spezia, al comando del T.V. Matteo Mori, per eseguire riparazioni ai forni delle caldaie. Il mattino del giorno seguente arriva l'ordine dal comandante in seconda dell'arsenale di muovere o auto affondarsi e siccome l'accensione delle caldaie era stata ordinata nella sera precedente il Buffoluto riusce a muoversi velocemente. A causa della cattiva efficienza dei forni procede costeggiando in direzione di Portoferraio, dove doveva fare rifornimento di acqua e carbone ma, verso le 15,30, mentre si trova tra la Meloria e Livorno, avvista due navi provenienti da sud che segnano otticamente alle quali viene segnalato il nome con le bandiere.
Queste unità erano il Pommern e il Brandenburg, due posamine usciti da Livorno poche ore prima, non riconosciuti subito si rivelano aprendo il fuoco al quale risponde con i due pezzi da 100 e le mitragliere. La Buffoluto in breve viene crivellata di colpi, messo fuori combattimento il personale di prua e devastate le strutture, danneggiata la trasmissione del timone, che rimaneva bloccata con la barra tutta a sinistra, e un colpo esplode sul ponte di comando ferendo il timoniere e il Comandante. Mentre l'equipaggio cerca di manovrare con le macchine, per portare ad incagliare la nave, le distanze si riducono rendendola un facile bersaglio per le unità tedesche. Un colpo fa cadere in mare l'ufficiale in seconda con alcuni marinai, verranno recuperati poi da due lance a remi dell'Accademia di Livorno. Devastata e con le armi fuori uso viene abbordata da un motoscafo, proveniente dal porto, dal quale un ufficiale chiede se ci sono feriti a bordo e rimorchiata in porto. Così scriveva il Comandante Mori, che riuscirà a distruggere i documenti e distribuire il denaro in cassa prima di raggiungere l'ospedale di Livorno eludendo le sentinelle per farsi curare le ferite riportate nello scontro. : “Considerata la posizione in cui mi trovo, nell’impossibilità di affrontare altro combattimento, con feriti gravi a bordo ed io stesso affetto da ferita lacero contusa al ginocchio destro, la nave resa ormai inservibile dagli incendi e con tutte le sovrastrutture e lo scafo completamente crivellati, ritengo inutile altra resistenza; quindi il motoscafo accosta e imbarca i feriti. Contemporaneamente l’ufficiale tedesco sale a bordo insieme col personale armato e piazzati davanti a me due soldati muniti di fucile mitragliatore, chiama due motopescherecci presenti in avanporto e mi ordina di farmi rimorchiare al mandracchio dove mi ormeggio di fianco alla radice del molo”. Il Buffoluto verrà, in seguito, trasferito a La Spezia e lì affondato il 19 aprile 1945 Nel dopoguerra venne deciso il suo recupero e, sostituito il carbone con la nafta, è rientrato in servizio il 7 marzo 1948, prestando ancora un lungo e onorato servizio come nave appoggio fari prima di essere posto in disarmo nel 1971 e radiata il 24 gennaio 1973 Caratteristiche principali: Dislocamento: 1060 t. Lunghezza: 56,2 m. Larghezza: 9,0 m. Immersione: 3,3 m. Apparato motore: macchina alternativa a triplice espansione da 1430 HP - 2 eliche - 2 caldaie Thornycroft a carbone - scorta di combustibile di 240 t Velocità: 12 nodi Armamento: n° 2 cannoni da 100/47 mm Equipaggio: 60 circa (3 ufficiali, 6 sottufficiali, sottocapi e comuni) Dal castello verso prua si incontrano le ampie stive, una decisamente più grande dell'altra, e tra loro la grande gru. Poi ci si imbatte in una parete, il ponte continua su un livello più alto al quale si accede da due scala poste hai lati. Al centro di questa c'è una porta, da li si accede ad una scala che porta al piano sottostante o si ha accesso in un spazio alto circa 2,10 m che di giorno viene usato come mensa, ma è uno dei locali dove dormono parte dei sottocapi e comuni, su amache poste su due file, la prima a circa 50 cm dal pavimento. Dai racconti del Sergente Meccanico Carlo C.: “...le amache andavano tirate bene altrimenti si toccava con il sedere il pavimento o peggio si aveva in faccia il culo di quello che stava sopra.... la notte scattava lo scherzo del gavettone al cuoco, si metteva l'idrante dentro l'amaca dello sfortunato e si apriva la valvola....”. Dalla scala si scende in un locale uguale al precedente per il resto dell'equipaggio. I sottufficiali alloggiavano nel castello in cabine singole “...ho sempre rimpianto l'amaca, anche se, dopo diversi giorni di navigazione, entrare di notte in quel locale dove dormivano una trentina di anime, tra il russare, le scoregge e il puzzo di piedi, era come trovarsi in un girone dei dannati...”. Ogni caldaia aveva tre cilindri, uno grande, uno medio ed uno piccolo, rispettivamente per bassa, media ed altra pressione. L'accensione si eseguiva accendendo lo stoppaccio su un bruciatore dedicato, quando la pressione raggiungeva un certo valore si cambiava il bruciatore “...per entrare in sala macchine dovevo aprire una porta, richiusa ne aprivo un'altra e le orecchie si tappavano immediatamente a causa della differenza di pressione...” all'interno si trovava anche un generatore diesel che serviva quando le caldaie erano spente, ma quando erano accese veniva spento e tutto andava a vapore dalla pompa a cavallino per la nafta ai ventilatori., argani, timone, gru......... |